Il pluralismo religioso, il confronto competitivo con le religioni orientali e l’Islam, la secolarizzazione, la privatizzazione del fatto religioso, la confusione e l’incertezza in cui vive l’uomo di oggi, la crisi della metafisica e della ragione sono coordinate entro cui il cristiano deve vivere oggi la propria fede e annunciarla agli uomini del nostro tempo.
Senza lasciarci spaventare o scoraggiare, dobbiamo prendere consapevolezza delle difficoltà anche aggravate dal materialiso e dal consumismo, proteso all’accumulo di danaro e al godimento dei beni materiali, per cui il benessere e il piacere sono considerati i valori più alti dell’esistenza.
È chiaro che in un tale clima la fede cristiana, la quale proclama il primato di Dio e dei valori spirituali e pone come fine della vita la partecipazione alla felicità in Dio nella vita eterna, perde ogni interesse e diviene anzi incomprensibile.
Nel passato, in tempo di cristianità, nascere e divenire cristiano andavano insieme. La fede si trasmetteva con l’ambiente culturale; la dottrina si trasmetteva nella modalità di un triplice si deve: le verità da credere, i comandamenti da osservare e i sacramenti da ricevere. Al contrario, con l’avvento della modernità, ciò che la società trasmette non è più la fede, ma la libertà religiosa del cittadino. Tra l’altro emerge un secondo momento della secolarizzazione: non solamente la secolarizzazione della vita pubblica, ma della stessa vita privata, per cui si verifica una consistente presa di distanza degli individui dalle istituzioni religiose, dalle loro credenze e pratiche. Non è che le domande di senso o le aspirazioni spirituali scompaiono. Ma ciò che regna è piuttosto la perplessità, il bricolage delle credenze, dei percorsi ogni volta singoli in un mondo complesso. In questo contesto le rappresentazioni della fede cristiana che abitano gli animi sono spesso a pezzi, caotiche e parziali; non permettono di rendere la fede leggibile o desiderabile; addirittura a volte la rendono odiosa.
I sintomi della crisi sono evidenti anche nel nostro mondo militare: diminuzione del numero di praticanti, meno bambini catechizzati, crisi delle vocazioni sacerdotali, comunità stanche; nelle nostre famiglie tante persone, poco a poco, sono divenute estranee alla fede cristiana nelle sue forme attuali. Ma si osservano anche evidenti segni di vitalità: un crescente numero di catecumeni e di battesimi di adulti, la moltiplicazione della formazione teologica e pastorale per i laici, progetti di catechesi rinnovati, l’impegno dei laici, nuove iniziative nei media, grandi raduni. Si
vedono affermarsi un bisogno di spiritualità, un appello ai valori, un affinamento della coscienza etica insieme ad una ricerca di senso. Si ricerca un nuovo equilibrio tra le religioni e la laicità. I temi religiosi ed interreligiosi sono discussi con grande interesse. Ogni cultura è evangelizzabile, e, a questo riguardo, nella nostra situazione culturale, la disponibilità a riascoltare il vangelo in modo nuovo è sempre molto presente.
Tutto ciò spinge ad approfondire maggiormente e fortificare la propria fede cristiana, anche in vista di nuove vie di evangelizzazione nel mondo che cambia, dove non è scomparsa la sete di Dio e dove l’incontro con Gesù morto e risorto, nella preghiera e nell’esercizio della carità, può dare all’uomo la pienezza di vita su questa terra e aprirlo alla gioia futura.
In realtà, la fede non è un concetto astratto, ma una realtà vivente. Di per sé non esiste la fede, ma il credente, cioè colui che vive in quel particolare atteggiamento dello spirito che è la fede. Perciò, come ogni realtà vivente, la fede ha una sua vita: nasce, cresce, si sviluppa, matura e fruttifica; oppure, non riesce a crescere e a svilupparsi, ma si indebolisce, entra in crisi e muore. Di qui la responsabilità del credente. La fede ha bisogno di essere coltivata e nutrita. Come? Anzitutto con la preghiera, poi, con la purificazione del cuore dal peccato, con la vita sacramentale, le opere di carità e le diverse forme di esperienza di Dio come in ritiri spirituali.
È molto difficile sviluppare una fede adulta e matura se non si coltiva la vita interiore e non si partecipa a momenti di spiritualità. Il che richiede il passaggio dalla fede tradizionale a quella personale mediante una vera e propria conversione. Convertito è colui che prende coscienza di ciò che la fede esige sul piano intellettuale (l’accettazione di verità che superano la ragione umana e trascendono l’intelligenza); sul piano della libertà (il dono della propria libertà a Cristo e la rinuncia a cercare in se stesso o in altre religioni la propria salvezza, poiché Cristo è l’unico salvatore degli uomini); sul piano esistenziale (l’impegno a vivere da cristiano e camminare in una vita nuova).
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