Il Santo sceglie l'Amore crocifisso

Omelia per la S. Messa in occasione dell'ammissione al Sacro Ordine e istituzione degli Accoliti - Seminario, 1 novembre 2008

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Carissimi,

santo è colui che, nella vita quotidiana, dà gradimento a Dio. L’odierna solennità celebra la festosa assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli (cfr. Eb 12,22) e noi siamo circondati come da una grande nuvola di testimoni (cfr. Eb 12,1). Con loro formiamo il corpo di Cristo, con loro noi siamo i figli di Dio e siamo figli nel Figlio. La Chiesa, perciò, ci fa cantare che i tralci hanno dato il loro frutto e godono l’abbondanza della vita eterna.

Gesù è il povero, il mite, il puro di cuore, il misericordioso, l’operatore della pace, il perseguitato a causa della giustizia; egli è il santo, pienezza di beatitudine divina. Il rapporto tra santità e beatitudine, richiamato dal brano evangelico, si radica nel vissuto di Gesù, il quale ha manifestato la sorgente della felicità nell’appartenere al Padre e come Figlio fare sempre quello che il Padre dice.

Cristo, infatti guarendo, facendo del bene, perdonando, ascoltando non voleva altro che partecipare la sua felicità agli altri. La radice della santità, perciò, deve essere colta nella nostra assimilazione al Figlio di Dio. Ogni dono perfetto viene dal Padre e la nostra stessa chiamata a consacrarci nel ministero presbiterale è desiderio, ricerca, impegno per somigliare sempre più a Gesù Cristo.

Eppure, nella vita quotidiana ci sono momenti in cui si ha la netta sensazione di essere perdenti e non avere più energie per ricominciare a sperare nella grazia. Ci sono situazioni in cui avvertiamo uno sbandamento da cui nessuno e niente potrà tirarci fuori; in cui il dubbio di aver sbagliato scelte e direzioni di vita pesa sulla coscienza con una condanna inappellabile. Sono i tempi della povertà, dell’afflizione, dell’assenza di giustizia, della mancanza di misericordia, dell’indifferenza, della calunnia, della persecuzione, da cui nessuno è esente, neppure i consacrati del Signore. In tali circostanze esplode la paura dell’assenza di Dio e rischiamo di adagiarci in un vero e proprio inferno.

Ma le Beatitudini proclamate contengono una forte carica di speranza nel futuro di Dio, di compimento che va oltre la situazione storica del presente e aprono ad eventi rasserenanti che si avvereranno solo in seguito. La luce segue sempre il buio. La malattia, la sofferenza, le violenze sono dimensioni della fragilità umana che attira e coinvolge il nostro Dio, il quale muta in beatitudine con la sua vicinanza la notte del cuore. Beatitudine ed esultanza appaiono come le lettere dell’alfabeto con cui Dio chiama l’uomo alla santità. «Beato il popolo il cui Dio è il Signore » (Sal 32). La santità espressa dalle Beatitudini comprende la dimensione della gioia: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,12). È la dimensione della vita offerta a Dio, nostra unica eredità. Voi che chiedete di essere ammessi a ricevere a suo tempo il Sacro Ordine del presbiterato e voi candidati al ministero dell’Accolitato ricordate che: «Non vi è che una tristezza, quella di non essere santi» (L. Bloy).

Da seminaristi come da sacerdoti, quando nel segreto dell’animo ci interroghiamo se siamo santi, non possiamo non avvertire sentimenti di tristezza e di paura: la tristezza di non essere santi e la paura di esserlo. L’apostolo Paolo ci viene in aiuto e ricorda che «la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta la salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte» (2Cor 7,10). Come dire che la tristezza di non essere santo fa segnare la svolta della conversione e imboccare la strada della santità; la paura, invece, di essere santi genera la tristezza di abbandonare il mondo, e proprio quella tristezza preclude ogni possibilità di essere santo e conduce alla morte (A. Ambrosanio).

Certo, mette paura farsi santo perché la santità passa per il crogiuolo della Croce. Ci può essere infatti un duplice rapporto con la Croce, o da crocifissori, o da crocifissi. Lo diceva lo stesso L. Bloy: «Signore, è incredibile: tu ami coloro che ti crocifiggono, e crocifiggi coloro che ti amano». E coloro che desiderano essere totalmente di Cristo scelgono l’amore crocifisso e vivono da santi. Santo infatti è chi sceglie sempre di essere crocifisso e non crocifissore, affidandosi alla paternità di Dio, confidando in Lui e spogliandosi di ogni pretesa per vivere in quella essenzialità che consiste nella purezza di cuore, nella povertà in spirito, nella misericordia, nella capacità di sopportare persecuzioni, realtà tutte
che fanno del credente un santo.

O beata felicità di coloro che non pretendono nulla, sapendo che il Signore non solo dona tutto ciò di cui si ha bisogno, ma colma di ogni gioia, perché è la misura sovrabbondante della vera felicità.

I santi sono coloro che pregano per noi, intercedono, ci sono presenti e ci sono amici. Sono davvero le grandi amicizie che non ci fanno mai sentire soli e ci invitano ad esclamare: «Non siamo mai soli, siamo una famiglia toccata dall’amore eterno di Dio». Così pensano e vivono i santi: credendo nella comunione. E voi preparandovi al sacerdozio, costruite una comunione contro ogni tentazione di isolamento e solitudine. Un prete santo non può che cantare: «Non sono mai solo, sono una comunione». È l’augurio che vi rivolgo in questo momento di benevolenza divina per la nostra Chiesa Ordinariato Militare e che affido all’intercessione della Vergine Madre di tutti i Santi.

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