Gesù aveva scelto i dodici perché stessero con lui, ma anche per inviarli a predicare. L’evangelista mostra il momento della missione mentre Gesù dà loro precise indicazioni. Andranno insieme, a due a due, testimoni dell’amore che li ha chiamati, per vincere, con il potere loro conferito, gli spiriti immondi.
Perché li manda a due a due? Per due motivi. Il primo è giuridico: secondo la prescrizione antica una testimonianza aveva valore solo se riferita almeno da due persone. Un secondo motivo è riconducibile al fatto che l’apostolato ha una dimensione comunitaria; si è inviati da una comunità e si agisce in suo nome, al di là di appropriazioni personalistiche o esperienze di navigatori solitari.
«E ordinò loro…» (Mc 6,8). Gesù vuole che i suoi evangelizzino testimoniando il volto di chi li manda, il quale da ricco che era si fece povero. Dimostra così che il Padre sceglie sempre la piccolezza per operare grandi meraviglie. Per questo non devono portare nulla con sé appoggiandosi unicamente sulla fiducia in colui che li manda. I discepoli partono ricchi di questa certezza di vita, con la sola provvista di essere portatori di novità, liberi da ogni cosa per essere interamente del Signore. Non prendere né pane né bisaccia e denaro… è un canto alla Provvidenza, che suppone una forte fiducia in Gesù e nell’aiuto della comunità che si evangelizza.
«Dovunque entriate in una casa, rimanetevi…» (Mc 6,10). La norma di restare in casa per il periodo di permanenza educa i discepoli ad utilizzare bene il tempo, evitando la ricerca di comodità o di vantaggi personali, così da poter investire tutte le energie nel compito loro affidato.
Certo la missione prevede anche l’insuccesso, qualcuno che non sia interessato all’annuncio, che rifiuta la persona di Gesù. Davanti a una risposta negativa, i discepoli devono scuotere la polvere dai calzari a testimonianza contro di loro; cioè distaccarsi da quanto appartiene a chi rifiuta Dio. Vanno dunque a due a due per annunciare la conversione; il loro annuncio è accompagnato dalla vittoria sui demoni e dalle guarigioni che continuano l’opera di Gesù che passò guarendo e beneficando tutti.
Tale è la missione e non trasmettere agli altri la nostra esperienza con Gesù, così da favorire un incontro diretto tra la persona e Gesù stesso. Stiamo attenti perché la missione riguarda innanzitutto noi. Ogni giorno il Signore mi chiama e mi manda a far passare agli altri la ricchezza del suo amore. Il sacerdote non porta se stesso, ma Gesù. Occorre andare, perciò, con la convinzione di non fare affidamento sulle nostre capacità e risorse personali, sulla nostra preparazione, sui potenti mezzi di comunicazione, sulle strutture… Il vangelo richiama la povertà per alimentare sempre la convinzione che il Signore agisce e noi siamo solo un suo tramite. La vera unica ricchezza è la fiducia confidente in lui, lui solo che converte i cuori. Uno stile che si può imparare solo da Gesù in persona. Occorre che il sacerdote si presenti sprovvisto di tutto davanti alla Parola che porta e davanti a coloro cui la indirizza. Egli sarà non solo il servitore della Parola e dei fratelli, ma anche il loro mendicante. Il discepolo si dà corpo e anima alla misteriosa potenza ricevuta da Gesù: la Parola è il potere sugli spiriti cattivi. La Parola è il suo tesoro e si accontenta. È l’unica attività, la sola iniziativa che Dio prende attraverso la sua povertà, contro ogni attesa, al di là di ogni possibilità; iniziativa e potenza alle quali si abbandona senza tenerne niente per sé.
Solo l’indispensabile. Tutto deve sfuggirgli, tutto è preso in carico da Dio che trasporta l’apostolo in quell’esperienza meravigliosa dello Spirito che tutto dirige infallibilmente; dove la Parola apre i cuori più chiusi e duri; dove la potenza dello Spirito attraverso le mani dei discepoli si trasforma in miracoli; dove la povertà è l’unica via e beatitudine che rende disponibili per l’incontro con Dio. La grazia del nostro ministero si serve, come di sfuggita delle efficienze umane, ma non vi si appoggia, né mai prende l’avvio da queste. Il nostro sacerdozio è dato perché sia cantata la gloria della grazia.