Accogliere la vita debole e malata

Omelia per la S. Messa in occasione della Giornata Mondiale del Malato - Policlinico militare "Celio", 11 febbraio 2009

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Il brano del vangelo ora ascoltato presenta l’incontro di due madri, Maria ed Elisabetta. Entrambe ben volute da Dio e visitate dallo Spirito Santo. Due nascite: Gesù figlio donato alla Vergine, e Giovanni Battista, figlio supplicato dall’anziana coppia. Infanzia di Gesù, maturità di Maria. Grandi cose opera in lei l’Onnipotente, la cui misericordia si estende di generazione in generazione. La Visitazione è una scena ricca di vita. Nasce colui che è Dio e si mostra come uomo; appare bambino colui che è il Signore della gloria, appare piccolo nel suo corpo colui che è sublime nella maestà; è portato in braccio dalla Madre colui che guarisce ogni infermità. La sofferenza è tanta intorno a noi: a volte clamorosa, gridata, ma molto più spesso nascosta e silenziosa. Nulla è impossibile a Dio, perché alla scuola della Vergine, come lei, ciascuno potrà diventare sguardo che accoglie, mano che solleva, luce nella tenebra, parola di conforto, abbraccio di speranza. Si racconta che un uomo passando per la strada vide un bambino che moriva di fame e di sete e gridò al cielo: «Dio, che fai per lui?» e una voce rispose: «Io, per lui, ho fatto te…». Noi non saremo mai capaci del miracolo di guarire qualcuno, ma dobbiamo essere capaci del miracolo di servire, generare compassione, di prenderci cura. Prendersi cura non è solo gesto professionale e tecnico, fatto di competenza e abilità, ma è rispetto della dignità umana che si radica nel nostro caldo nesso umano. Con la parola e l’esempio, nella reciprocità dei rapporti e delle scelte e mediante gesti e segni concreti dobbiamo educarci all’accoglienza amorosa e generosa di ogni vita umana, soprattutto se debole e malata, sviluppando vicinanza, assistenza, e condivisione. Riflettiamo: perché tra noi si proclama la libertà di disporre della propria vita, tanto da decidere chi non è più degno di vivere promuovendone la morte. Una società, la nostra, dove la morte diventa un confine convenzionale e non naturale, quindi, da definirsi attraverso leggi e pareri medici. Il tutto sempre velato dal mito della libertà individuale, che sembra raggiungere il suo apice nell’ottenimento del diritto di decidere della propria fine. Amare non è compatibile con il rifiuto dell’altro, solo perché debole o incapace di svolgere normalmente alcune funzioni. Riconoscere la nostra comune natura non consente di stabilire una gerarchia di dignità della vita umana. Eppure a nessuno sfugge l’ipocrisia con cui parte della cultura contemporanea sta favorendo una nozione di qualità della vita che è, al tempo stesso, riduttiva e selettiva. Essa consisterebbe nella capacità di godere e di sperimentare piacere, o anche nella capacità di autocoscienza e di partecipazione alla vita sociale. In conseguenza, è negata ogni qualità di vita agli esseri umani non più capaci di intendere e di volere, oppure a coloro che non sono più in grado di godere la vita come sensazione e relazione. Ciò non è degno della persona umana; tanto più per un cristiano.

Maria, Vergine del Magnificat,
che sei accorsa in aiuto di Elisabetta,
donaci un cuore umile e generoso
per accogliere e servire
ogni vita umana, sempre
costi quel che costi.

Rendici coraggiosi
nel difendere la vita,
dal concepimento al suo termine naturale,
instancabili nel promuoverne il valore,
saggi e appassionati
nell’educare i giovani a viverla.

Maria, Salute degli infermi,
visita e consola i nostri dolori
e insegnaci a sperare nel tuo Figlio,
Crocifisso e Risorto
per la nostra salvezza.
Amen!

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