Dov'è il tuo tesoro, lì sarà il tuo cuore

Messaggio alla Chiesa Ordinariato per la Quaresima - Roma, 27 febbraio 2009

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Carissimi,

all’inizio della Quaresima, ispirandomi al Magistero di papa Benedetto XVI, vorrei quest’anno riflettere sul valore e sul senso del digiuno, soffermandomi sullo spirito di povertà, provvidenziale difesa dalle facili tentazioni di prosperità economica e idolatria del denaro.

La pratica del digiuno, con la sua valenza spirituale, può aiutarci a mortificare l’egoismo e ad aprire il cuore all’amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il vangelo.

Particolarmente ai nostri giorni, segnati da una grave crisi economica, il digiuno risveglia la coscienza dinanzi alla situazione in cui vivono tanti nostri fratelli (cfr. Deus caritas est, 15). Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: «Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?» (1Gv 3,17). Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, siamo invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno dalla ricchezza, riusciamo a mettere da parte, riscoprendo la bellezza della carità, fondata sulla consapevolezza di essere corpo di Cristo, famiglia umana.

La generosità e la condivisione, frutti dell’amore di Dio che passa attraverso la testimonianza dei credenti, provocano un inno di lode al Signore da parte dei più piccoli. Così il nostro prossimo si sente raggiunto e avvicinato da una Chiesa di poveri e non solo da una Chiesa per i poveri.

Il denaro, oggi, sembra dare sicurezza, come tutti gli idoli promette libertà, ma poi schiavizza e disumanizza, conducendo l’uomo a dimenticare Dio e a non riconoscere nel volto dell’altro un fratello. Per questo è essenziale vigilare, condurre una dura lotta non fuori, ma dentro se stessi, contro le tentazioni, i pensieri e le suggestioni che conducono all’avarizia. Al contrario di una mentalità fondata sull’apparire e il possedere, è attraverso ciò che non abbiamo che noi possiamo mostrare ciò su cui fondiamo la nostra vita e rendiamo visibile la potenza della Parola che salva.

Nell’invio in missione degli evangelizzatori, nel racconto di Luca (cfr. 9,1-6), le parole di Gesù non riguardano tanto il contenuto dell’annuncio, ma piuttosto il come deve vivere e presentarsi chi annuncia: «Non prendete nulla» (v. 3). Infatti se uno possiede cose, dà cose; quando non si ha nulla e si è ricchi solo del vangelo, si dona se stessi e si ama. È facile aiutare qualcuno senza accoglierlo pienamente: al povero, al malato, allo straniero, al carcerato occorre fare spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle proprie amicizie e nelle proprie risorse.

Da qui nasce l’esperienza entusiasmante di una vita sobria, essenziale, che diviene segno della propria fiducia in Dio e di una comunione aperta, da cui nessuno è escluso.

Radicati in questa sobrietà, possiamo veramente innamorarci della bellezza ed esprimere un vissuto quotidiano in cui godere del dono delle cose senza risultarne schiavi, facendo dei beni materiali e del denaro un surrogato del proprio vuoto interiore.

Quanta solidarietà ci sta dinanzi, perché il vangelo della carità possa tradursi in pane di pace.


Affido alla Beata Vergine Maria, Causa nostrae laetitiae, l’impegno determinato di liberare il nostro cuore dalla schiavitù di ogni idolo per renderlo sempre più dimora del Dio vivente. Con questo augurio, tutti abbraccio e benedico.

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