Signore Gesù, aiutami a restare in silenzio,
per ascoltare la Parola e lasciarmi plasmare da essa.
La tua Parola ferisce e risana, è sorgente di vita nuova.
Come è grande il Tuo cuore, o Dio di misericordia.
Introduzione al brano
Il brano odierno si compone di due parti: la prima è un detto di Gesù sulla illimitata capacità di perdono del discepolo; la seconda è la parabola del debitore insolvente e dal cuore indurito verso il collega di lavoro. Queste due parti compongono la conclusione del capitolo 18 del Vangelo di Matteo, dove sono richiamate delle regole guida per la comunità cristiana; direi, una istruzione sulla disciplina comunitaria. L’ultima regola presentata è il dovere del perdono verso chiunque chiede scusa. È la mentalità nuova cui il cristiano è chiamato.
Nella prima parte del brano, Pietro si rifà alla casistica giudaica, secondo la quale tre era il numero massimo per il perdono. Pietro fa un passo avanti arrivando sino alla settima volta. La risposta di Gesù rompe il calcolo, mostrando che occorre sempre perdonare. Bisogna dilatare all’infinito i confini del perdono.
La seconda parte del brano è una parabola sul giudizio, quale avvertimento per il rapporto fraterno. Si ha un gioco di contrasti: i due servi, l’uno con una somma inverosimile e perciò impossibile da liquidare, l’altro con un piccolo debito facilmente pagabile; il padrone è a un tempo re e giudice, che, richiesto di una dilazione del pagamento, non si lascia piegare dalla domanda e condona tutto il debito. Esclude, però, subito dopo, lo stesso servo dalla grazia per la durezza di cuore di quest’ultimo verso il suo collega. Viene, così, presentato un dovere del perdono quale conseguenza della salvezza ottenuta.
Nel re giudice si scorge la presenza di Dio; dietro il servo insolvente, l’uomo che ha ottenuto gratuitamente il perdono divino, ma, posto di fronte all’esigenza del perdono fraterno, ricade sotto l’influsso del maligno (servo iniquo v. 32) e quindi del giudizio di condanna del Signore.
Meditazione
Il perdono si coglie nello spazio della libertà dell’amore. Esso rinvia a quel dare in più che si traduce nella rinuncia ad un rapporto giuridico in nome di un rapporto di gratuità.
Capiamo subito che il perdono è costitutivo dell’identità del cristiano e non ci meraviglia che le tre tappe decisive del fondamento della Chiesa, attestate dai vangeli siano contrassegnate dal perdono dei peccati. L’autorità conferita a Pietro, roccia nell’edificio della Chiesa, è essenzialmente potere di perdono (cfr. Mt 16,19); l’Eucaristia che plasma la comunità ecclesiale è memoria della morte di Cristo che versa il suo sangue in remissione dei peccati (cfr. Mt 26,28); i discepoli sono mandati per la remissione dei peccati (cfr. Gv 20,23).
Appare, così, come la Chiesa sia una comunità di peccatori amati, che vivono nella grazia del perdono, trasmettendola a loro volta agli altri. La relazione con chi offende, perciò, è più importante dell’offesa recata e non può precludere il futuro della stessa relazione. Ciò è possibile viverlo grazie alla fede in Cristo, colui che restaura la reciprocità, risponde all’odio con l’amore, offre il perdono a chi non lo domanda.
Il perdono non è una legge, ma una possibilità senza limiti offerta alla fede e alla libertà di ciascuno. Come gesto non libero esso non sarebbe neppure gesto di amore e non saprebbe manifestare al concreto la misericordia e la gratuità di Dio. In realtà, se non riusciamo realmente a perdonare è perché non conosciamo cosa significhi essere stati perdonati.
Proviamo ora a chiederci se non ci sia nella nostra famiglia, tra i nostri amici, qualcuno a cui non abbiamo perdonato il torto che ci ha fatto; qualcuno dal quale ci siamo separati pensando: «No, con questa persona non posso avere più niente in comune». In quel momento rivivrebbero dinanzi a noi nomi che neppure più ricordiamo, i nomi di quei molti a cui non abbiamo saputo perdonare il peccato.
Li prendiamo talmente alla leggera i nostri rapporti con gli altri. Diventiamo insensibili, e pensiamo che quando non nutriamo pensieri cattivi contro qualcuno è come se l’avessimo perdonato. E dimentichiamo del tutto che non abbiamo nessun pensiero buono a suo riguardo.
Invece, perdonare significa aver solo pensieri buoni nei confronti dell’altro; significa portare l’altro. Ed è proprio questo che noi evitiamo; noi non portiamo l’altro, ma gli passiamo accanto e finiamo per assuefarci al suo silenzio. Ciò che conta è il portare l’altro in tutto, in tutte le sfaccettature del suo carattere, anche quelle difficili e sgradevoli, e tacere dei suoi torti e dei suoi peccati, anche quelli commessi contro di noi; portare e amare senza desistere: questo si avvicina al perdono!
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