Carissime nel Signore,
i brani della liturgia presentano san Giuseppe in rapporto con i tre personaggi chiave di tutta la storia della salvezza: Abramo perla promessa, Davide per la speranza del compimento della promessa,Cristo per la pienezza della promessa. In questo percorso salvifico, Giuseppe ha una missione veramente unica.
Contempliamo nella lettera ai Romani, al 4° capitolo, Giuseppe, figlio di Abramo, ricco di fede e di quella giustizia, con la quale l’uomo si apre ad accogliere il dono, abbandonandosi completamente e ponendo in Dio ogni speranza. Paolo ricorda che Giuseppe, come suo padre Abramo, ha creduto pienamente alla Parola di Dio, sperando contro ogni speranza.
Destatosi dal sonno aprì gli occhi della fede alla realtà misteriosa che gli veniva rivelata e accettò il concepimento verginale di Maria come gli aveva ordinato l’angelo. Lasciando cadere immediatamente ogni sua perplessità, prese Maria, sua sposa, entrando silenziosamente e umilmente nella verità dell’Incarnazione del Figlio di Dio, Redentore dell’uomo.
La fede di Giuseppe, in qualche modo, fu più grande di quella di Abramo, il quale affidandosi alla parola del Signore, sarebbe stato disposto ad offrire in sacrificio a Dio il proprio figlio. Giuseppe, invece, fu immediatamente pronto a sacrificare alla volontà di Dio tutto se stesso, accettando il bambino di Maria come suo figlio e, otto giorni dopo la nascita imponendogli il nome Gesù, Salvatore del popolo dai peccati. Per un padre ebreo, imporre il nome al figlio, significava assumersi tutti i doveri della paternità. E, così, Giuseppe introduce Gesù nella stirpe di Davide, da cui egli discendeva.
Giuseppe, figlio di Abramo è anche figlio di Davide, secondo la carne; così l’aveva salutato l’angelo. Grazie a questa parentela, Gesù stesso diventa figlio di Davide. Nell’obbedienza di Giuseppe si realizzano quelle promesse del Signore: assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere… Gesù appartenente alla dinastia di Davide è la casa di Dio in mezzo agli uomini, la salvezza che per sempre si dilaterà grazie all’Incarnazione del Figlio di Dio (cfr. 2Sam 7).
E così in Giuseppe, figlio di Abramo e figlio di Davide, la fedeltà di Dio si incontra con la fedeltà dell’uomo: «Quando il Signore elargirà il suo bene la nostra terra darà il suo frutto» (Sal 84). Di fronte al sommo bene dell’Incarnazione, il primo frutto della nostra terra, dopo il sì di Maria, è stata la fede di Giuseppe, una fede operosa, vissuta in un clima di nascondimento, povertà, semplicità, verginità, di ininterrotta unione con Dio, di preghiera. In questo clima, tipico della santa famiglia di Nazareth, Giuseppe poté essere per Gesù il segno privilegiato della paternità di Dio.
Nel volto umano di Giuseppe e di Maria, il piccolo Gesù cominciò a contemplare come un riflesso del volto del Padre celeste.
Care sorelle, Giuseppe è della stessa tempra di Maria: un credente in ascolto di ciò che gli avviene (anche se Giuseppe ha meno attratto lo sguardo dei cristiani che, con Elisabetta, esaltano la fede di Maria).
La notizia della maternità prossima di Maria non suscita in lui alcuna reazione difensiva. Di lui non si conserva alcuna parola. Non è una persona che parla o aggiusta le cose a proprio vantaggio; si limita ad ascoltare ciò che l’angelo gli rivela. La verità di Dio è più importante di ciò che Giuseppe vive.
Sia per Maria che per Giuseppe, l’annunciazione è incredibile. Nessuno può essere all’altezza di una simile verità, ma entrambi hanno rinunciato alla loro volontà per entrare in quella di Dio. Come i genitori di Gesù, ciascuno ha ricevuto una missione da compiere nel percorso della storia della salvezza; una missione unica e irripetibile che solo noi e nessun altro può realizzare. Non temete mai. In nessuna delle nostre vicende manca il disegno divino, la sua intenzione di dirci e darci qualche cosa. È una verità da scoprire.
Spesso crediamo di essere persone eccezionali, avere doni di natura e di grazia che portano ad una nostra ideale realizzazione. Abbiamo tanta fiducia in cose umane, ma poi scopriamo che tutto è come l’erba del prato che, appena falciata, dissecca (cfr. Sal 89) e che l’uomo sulla terra è un soffio che va e non ritorna.
Davanti a tutte queste illusioni che cadono e non devono diventare delusioni, non solo appare la verità del nostro essere, ma soprattutto si erge, nel suo splendore, la Verità che è il Signore.
Impegniamoci – come Giuseppe – a dimorare in colui che, amandoci, ci ha voluto plasmare, nell’umiltà, nella fragilità, nell’impotenza, per essere lui stesso la nostra gloria, la nostra forza, la nostra capacità. La nostra consacrazione è irresistibilmente Dio; il resto sarà visto in relazione a lui, l’unico Assoluto: «Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene… Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio cuore mi istruisce. Io pongo sempre innanzi a me il Signore, sta alla mia destra, non posso vacillare. Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro» (Sal 15).
Non sarò, allora, io a custodire la vocazione, ma il Signore che mi ha chiamato, mi è accanto giorno e notte, mi porta in braccio, perché io, da solo, sarei come un giovane sconsiderato. Dunque il mio cuore gioisce, la mia anima esulta, il mio essere è nella pace, nella serenità, perché è – come Giuseppe – nella gioia del Signore.
Ciò non significa che la prova sia terminata, che la vita non sia più una lotta, le giornate di dura fatica, ma tu ripetigli di indicarti il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.
Cosa chiederai? Rifletti bene, estendi il tuo desiderio. Non è uno qualunque, ma l’Onnipotente, che ti ha benedetto. Ma spingi il tuo desiderio fino al cielo, dato che il Creatore di tutte le cose ti ha detto di chiedere ciò che vuoi. Tutto è prezioso, tutto è bello; ma chi è più bello di lui? Tutte le cose sono forti; ma chi è più forte di lui? Se chiederai qualcosa d’altro, farai offesa a lui e danno a te, perché tu gli domandi le sue opere, mentre egli, vuol donarti se stesso. Come amava ripetere la beata Giuseppina Vannini «pur di dare gusto a Dio, tutto mi è caro».
Care sorelle, la Vita Consacrata è comprensibile solo se in essa c’è qualcosa di incomprensibile, un di più, un amore immeritato, una vita che viene da qualcuno eterno e immutabile.
Così fu per Maria che si trovò incinta, sorpresa assoluta della creatura che arriva a concepire l’inconcepibile, il proprio Creatore.
Così fu per Giuseppe che, in un momento di prova e di crisi, evitò tutto ciò che avrebbe potuto mettere in pericolo l’onore di Maria, perché la sua anima era totalmente aperta al soprannaturale.
Così auguro a voi, specie quando vorrete sottrarvi alla volontà di Dio. Non abbiate paura, la Vita Consacrata, nella sua obbedienza e dedizione alla volontà divina, è parabola vivente di Dio con noi. L’ombra sanante del Padre, visibile in Giuseppe, vi riparerà da ogni male… l’ombra dell’Altissimo, vita nel grembo di Maria, farà nascere in voi ogni giorno la bellezza dell’Amato nel quale siamo, respiriamo e gioiamo per sempre.
Giuseppe e Maria vi guidino all’incontro con il Figlio divino Gesù e siano oggi e sempre custodi della fedeltà alla vocazione ricevuta. Amen.