Carissimi,
cari Antonino, Fabio, Filippo, Marco e Tommaso, nell’arricchente celebrazione dell’Anno paolino, con lo sguardo rivolto al recente Sinodo dei Vescovi e con il cuore aperto al cammino della nostra Chiesa, impegnata a riflettere sull’annuncio del vangelo nel mondo militare, desidero risvegliare in noi la coscienza di presbiteri, ministri della Parola (cfr. Lc 1,2).
Nella comunità del Signore, infatti, tutti, anche i Vescovi e i presbiteri, restano sempre discepoli dell’unico vero Maestro (cfr. Mt 23,8.10). Mandati ad evangelizzare, siamo da Gesù Cristo affidati alla Parola; prima di essere portatori, siamo portati dallaParola di Dio, dalla quale veniamo custoditi, se ne siamo degni custodi. Il sacerdote deve essere il primo a credere alla Parola, nella piena consapevolezza che le parole del suo ministero non sono sue, ma di colui che lo ha mandato. Di questa Parola egli non è padrone: è servo; non è unico possessore: è debitore nei riguardi del popolo di Dio (cfr. Pastores dabo vobis, 26.47).
Diamo, perciò, il primato alla Parola sulle parole, alla Parola di Dio sulle molteplici parole umane, lottando contro le tentazioni del menzognero, che suggerisce pensieri falsi e insinua dubbi e sospetti.
«Tu – ricorda Sant’Ambrogio – bevi tutt’e due i calici dell’Antico e del Nuovo Testamento, perché in entrambi bevi Cristo. Bevi Cristo che è la vite; bevi Cristo, che è la pietra che ha sprizzato l’acqua; bevi Cristo, che è la fontana di vita; bevi Cristo, che è il fiume la cui corrente feconda la città di Dio; bevi Cristo, che è la pace; bevi Cristo, che è il ventre da cui sgorgano vene d’acqua viva (cfr. Gv 7,38); bevi Cristo, per bere il sangue di cui sei stato redento; bevi Cristo, per bere il suo discorso». Certo la Scrittura non è un cibo già pronto per essere assimilato; esige da noi impegno e fatica attraverso la meditazione assidua, così che il suo significato possa diffondersi in tutta intera l’esistenza.
È da Cristo che il sacerdote riceve ciò che deve, poi, trasmettere agli altri, ed è Cristo che assicura la fecondità del nostro annuncio, dove gli uomini desiderano trovare Dio come la sola ricchezza.
Bisogna riaccendere nel cuore del sacerdote il roveto della Parola, riscoprirlo, anzi risvegliare quell’ardore dell’ascolto per bruciare nelle fiamme del vangelo i pesi del cuore e tutte le paure, uscendo dall’infinito mare delle nostre fragilità e fare nuove tutte le cose. «Il segreto del Vangelo non è un segreto di curiosità, una iniziativa intellettuale. Il segreto del Vangelo è essenzialmente una comunicazione di vita, è un fuoco che esige di penetrare in noi per operare una devastazione e una trasformazione… per colpire in noi radici di corruzione di cui non possiamo sospettare la profondità perché non abbiamo nessuna coscienza di come sia alto il luogo in cui risiede la nostra santità» (M. Delbrêl, Noi delle strade,73-80).
Quale ideale meraviglioso è posto nella vostra vita, cari sacerdoti. Un ideale bello e attraente in se stesso che invita a dire e ridire la fede al mondo di oggi, perché vi riconosca la speranza del futuro. Sembra ovvio che ciò che è bello meriti di essere detto a tutti. Non si può tenere per sé quanto è stupendo e potrebbe donare bellezza alla vita di altre persone. Ciò che è bello va gridato sui tetti.
E quando vi sembrerà di essere sopraffatti da mille impegni a cui attendere ogni giorno, tanto da dover dire che non rimane tempo libero per dedicarsi alla Parola di Dio, dovete credere così tanto nella Parola di Dio, rispettarla così pienamente, da ritenere che la sua forza divina sarà sempre capace di trovarle posto... nel vostro animo povero e caldo per riceverla.
Certo nel ministero di annunciatore non mancano ostacoli e prove. Qui con voi faccio memoria oggi dei missionari morti nell’annuncio del vangelo, in occasione dell’odierna giornata di preghiera a loro dedicata. Abbiate il coraggio di maneggiare la spada della Parola, come insegna l’apostolo Paolo: «Abbiamo avuto il coraggio… di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte. Mai infatti abbiamo pronunciato parole di adulazione, come sapete» (1Ts 2,2-5).
Per un presbitero la verità è troppo grande per essere sacrificata in vista di un successo esterno. La verità che aveva sperimentato Paolo nell’incontro con il Risorto ben meritava per lui la lotta, la persecuzione, la sofferenza. Ma ciò che lo motivava nel più profondo, era l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore, libertà della sua vita. È ancora l’apostolo che esorta Timoteo dalla prigione, di fronte alla morte: «Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo» (2Tm 1,8). La chiamata a diventare annunciatore è intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo Redentore. In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità della Parola si paga con la sofferenza. Perciò, chi vuole evitare la sofferenza, tenerla lontana da sé, non può essere servitore della Parola e, così, servitore della fede (cfr. Benedetto XVI).
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