Carissimi,
ringrazio il Signore per la gioia spirituale che dona a tutti noi, nel giorno in cui facciamo memoria del nostro sacerdozio, esprimendo anche visibilmente la grazia della comunione presbiterale. Perché il mistero dell’Altare non sia sciupato, abbiamo bisogno di ricordare quell’ora dell’Ordinazione Presbiterale in cui egli ci ha consacrati suoi, rendendoci degni di celebrare il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue sino al suo ritorno.
Mentre rinnovo i sentimenti di gratitudine per il vostro generoso ed instancabile servizio nella Chiesa Ordinariato, vorrei far pervenire ai sacerdoti del Presbiterio, l’affetto e la stima di sempre. Come pure mi unisco spiritualmente agli ammalati, anziani e a coloro che, pur non avendo più le energie fisiche per l’esercizio ministeriale, restano guide forti e sagge per la mia missione episcopale.
In comunione con la Chiesa, nel corso di quest’Anno Paolino, con lo sguardo rivolto al recente Sinodo dei Vescovi e con il cuore aperto al cammino della nostra comunità, impegnata a riflettere sull’annuncio del Vangelo nel mondo militare, desidero risvegliare in noi la coscienza di presbiteri, ministri della Parola.
«Gesù – come ascoltato dal vangelo – si recò a Nazareth dove era stato allevato. Alzatosi proclamò, con voce lenta e incisiva, il brano di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione…”». Ci fu una pausa, all’ascolto di queste parole, e gli occhi di tutti fissi su di lui, aspettando di capire… Gesù proferì una sola frase ma con tale autorevolezza da rivendicare a sé la profezia che il brano conteneva: «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi ». L’interpretazione era chiara: c’è Gesù che legge, c’è lui che si propone come l’interpretazione della legge, lui che è gloriosamente vivente. Gesù è colui che ci aiuta a preparare la Pasqua, purificando i nostri occhi e scaldando il cuore alla spiegazione delle Scritture fatte da lui.
La vita di Gesù non è forse il graduale dispiegamento di quella Parola, affidata a noi sacerdoti? Ogni sacerdote, infatti, ministro della Parola, è mandato ad annunciare il Regno (cfr. Pdv, 26). Ma per essere tale deve diventare ascoltatore assiduo, portato e abitato dalla Parola (cfr. Mc 4,20; Gv 5,38), accettando di farle spazio in sé fino ad essere dimora dell’Altro, diventando capace di dare ospitalità a Dio. Questa esperienza è stata ben espressa da Paolo che non affida la Parola ai ministri, ma affida i ministri alla Parola, perché da essa portati edifichino la comunità dei santi (cfr. At 20,32).
Nel parlare e nello scrivere occorre servire la verità: dirla, consegnarla, donarla, espanderla. «Tu annuncia con insistenza» (2Tm 4,2.5), cioè, non tenere per te quello che non è tuo, coniugando, con costanza e tenacia, sapienza e carità, ammonendo, rimproverando, esortando, vigilando, sopportando, adempiendo quanto affidato ai Maestri della fede.
La Parola di Dio edifica la verità e rende pienamente sinceri, facendoci preoccupare unicamente di quello che Dio pensa delle nostre azioni. Significa non assumere atteggiamenti diversi secondo gli ambienti; non pensare in un modo quando si è soli e in un altro quando si è con qualcuno, ma parlare ed agire sotto lo sguardo di Dio che legge nei cuori. La sincerità consiste nello sforzo di rendere l’esterno in noi sempre più simile all’interno, senza falsare la verità per timore di dispiacere agli altri. Questa sincerità richiede la purezza dell’intenzione, ossia il fatto di preoccuparsi, nell’agire, del giudizio di Dio, e non del giudizio degli uomini, di agire preoccupandosi più di quel che piace o dispiace a Dio che di quel che piace o dispiace agli uomini. Questo è davvero essenziale per la santificazione e la qualità dell’evangelizzazione.
Vi è una grande differenza fra chi parla in virtù della grazia e chi lo fa per umana sapienza. «Spesso si è sperimentato che uomini eloquenti ed eruditi, molto dotati non solo nel parlare, ma anche nel comprendere, pur avendo tenuto discorsi nelle chiese e aver goduto di grande successo, non sono riusciti a suscitare compunzione con i loro discorsi in nessuno degli ascoltatori, né a farli progredire nella fede o nel timore di Dio per il ricordo delle loro parole. Ci si allontana da loro avendo goduto, con le orecchie, solo una sorta di diletto, di soavità. Spesso, invece, uomini di minore eloquenza, per nulla preoccupati di fare un bel discorso, con parole semplici e disadorne, hanno convertito molti alla fede, hanno indotto i superbi ad umiltà, hanno conficcato nell’animo dei peccatori lo stimolo della conversione. Ed è questo certamente un segno che parlavano in virtù della grazia loro data» (Origene).
Nella predicazione o nella catechesi Cristo insegna, mentre il presbitero lo fa nella misura in cui è il suo portavoce. Rimanere in Cristo, perciò, è la condizione perché il messaggio sia gioiosamente trasmesso, realmente compreso e la vita sia trasformata in preghiera. Il sacerdote, allora, non deve semplicemente vivere il rapporto con la Parola, pregare prima di annunciarla, ma anche predicare in modo da suscitare la preghiera, perché solo così si può imparare chi è Dio, chi siamo noi, che cosa significa la nostra vita in questo mondo. «Ascoltate la mia voce!» (Ger 7,23): ecco la bruciatura più soave ed inguaribile nell’ascesi cristiana. Certo dalla familiarità quotidiana con la Parola di Dio dipende la nostra vita spirituale di presbiteri e la fruttuosità del ministero. Mi chiedo: vivo veramente della Parola di Dio? La Parola mi riempie di ardore il cuore? Mi nutre? Quale tempo dedico alla Parola?
Carissimi, amate la Parola di Dio e amate la Chiesa, che vi permette di accedere a un tesoro di così alto valore introducendovi ad apprezzarne la ricchezza. Amate e seguite la Chiesa, che ha ricevuto dal suo Fondatore la missione di indicare agli uomini il cammino della vera felicità. Non è facile riconoscere ed incontrare l’autentica felicità nel mondo in cui viviamo, in cui l’uomo è spesso ostaggio di correnti di pensiero, che lo conducono, pur credendosi libero, a perdersi negli errori o nelle illusioni di ideologie aberranti. È urgente liberare la libertà, rischiarare l’oscurità in cui l’umanitàsta brancolando.
«Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi» (Lc 4,21). La pagina del vangelo odierno rafforzi il desiderio di un ascolto profondo, di un incontro personale, di una comunione intima con il Signore… capace di trasfigurare, come sempre, in modo sorprendente, la nostra vita presbiterale.
Di qui anche la nostra viva accoglienza di un anno per il rinnovamento della vita sacerdotale, proposto da papa Benedetto XVI nel centocinquantesimo anniversario della morte del Santo Curato d’Ars. Un tempo di ulteriore grazia, dal 19 giugno prossimo, solennità del sacratissimo Cuore di Gesù a giugno 2010, per annunciare Gesù di Nazareth, Signore e Cristo, crocifisso e risorto, Sovrano del tempo e della storia, nella lieta certezza che tale verità coincida con le attese più profonde del cuore umano.
A Maria, Madre della Chiesa, affidiamo quella doverosa consapevolezza presbiterale che ci spinge ad essere presenti, identificabili e riconoscibili sia per il giudizio di fede, sia per le virtù personali, sia anche per l’abito, nel mondo militare.