Carissimi,
la prima lettura ci ha ricordato che in nessun altro nome c’è salvezza: è il grande annuncio della Chiesa delle origini; un annuncio che continua a risuonare nei secoli. Le dichiarazioni di Pietro, pieno di Spirito Santo, sono chiare: «Gesù Cristo, il nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, è l’unico Salvatore» (At 4,10).
Con sorpresa i capi d’Israele devono verificare che il caso Gesù non è chiuso con la crocifissione. I suoi predicano nel tempio, annunciando la Pasqua. La Chiesa apostolica vive di questa certezza, che la rende forte, intrepida, gioiosa, missionaria. Cristo Risorto, ieri come oggi e come domani, resta l’unico Salvatore. Siamo convinti di questa verità? Come Pietro e Giovanni, anche noi, non dobbiamo temere di affermare con franchezza, audacia e coraggio, tenendo testa ai potenti del nostro mondo, l’unicità di Gesù, autore della vita, senza lasciarci sviare da dottrine perverse ma rimanendo saldi nella verità che ci è stata trasmessa.
Il vangelo, poi, racconta come dopo la Pasqua di Gesù i discepoli si trovavano insieme. Pietro decide di andare a pescare e gli altri si uniscono a lui. Ma invano, il risultato è deludente. Come per i discepoli, anche per noi presbiteri nell’apostolato affiora ben presto la percezione della inadeguatezza e di una certa confusione che spinge a gettare la rete a destra e a sinistra, affannosamente. Ne consegue una vita disordinata, piena di tutto; bocconi di preghiera, orari elastici, sempre di fretta e sempre senza tempo. È l’esperienza della dispersione. Alla fine su qualche barca si sale sempre, ma con la sensazione che il Signore non ci sia. Il rischio è che si può pensare di essere presbiteri ma senza il Signore.
Ci si accorge che, nonostante l’affanno, non è automatico pescare qualcosa e ci si scontra con l’esperienza dei fallimenti e degli insuccessi. Si vivono momenti di prova. È il tempo della notte, quando la solitudine pesa, quando gli errori sembrano imperdonabili, quando lo sconforto e la delusione riempiono l’animo. C’è un non prendere nulla sotto il profilo di una maturazione spirituale e c’è un non prendere nulla pastoralmente. C’è a volte una sproporzione tra la profusione di energie e i risultati, tra i progetti e la loro attuazione, tra le aspettative e le risposte. Anche noi come gli apostoli sul lago di Tiberiade, alla domanda di Gesù: «Non avete nulla da mangiare?» (Gv 21,5) rispondiamo senza commenti, segnati dalla stanchezza, dalla delusione e, forse dalla rabbia, il nostro no.
Quando la notte e il non prendere nulla nel nostro apostolato non vengono reinterpretati alla luce della Parola di Dio, nella fede, può anche sorgere l’alba e presentarsi il Signore… ma non si è più in grado di riconoscerlo. È la situazione in cui il vuoto richiama una condizione di vita rassegnata e spesso frustrata. Così, invece di cercare la via della fedeltà evangelica ci si adegua ai difetti, ci si sintonizza, magari accontentandosi di surrogati, senza riconoscere il Signore. Di qui la necessità per rinascere alla verità della propria storia presbiterale, di ospitare in sé la Parola, criterio per il riconoscimento: «È il Signore!» (Gv 21,7). È la fatica di rinvenire nel vissuto personale di sequela e nel servizio pastorale i segni della presenza di colui che ci ha chiamato e ci ha comandato di gettare le reti. Nasce così la decisione, l’affidamento radicale. Pietro «si gettò in mare» (Gv 21,7). Nel gesto dell’apostolo c’è quasi un’eccedenza: non solo getta la rete, ma arriva a gettare anche se stesso in acqua per raggiungere il Maestro. Non solo obbedienza a un parola, ma anche obbedienza alla propria libertà che si sa completa nell’affidamento radicale. Il miracolo, prima ancora che nella pesca straordinaria, sta nell’obbedienza alla Parola. A volte ciò che spaventa la vita presbiterale è pensare e motivare nuovamente la sua gratuità e totalità. Il rischio è di fermarsi al riconoscimento del Signore nella predicazione senza andare personalmente fino in fondo. Si addomestica il vangelo e ci si fa degli sconti su atteggiamenti e stili di vita. Il radicalismo evangelico è non aver paura di scelte esigenti che portano al Signore. È crescere in una libertà per Gesù che non viene imbrigliata neppure dal ministero stesso. Metaforicamente si potrebbe parlare di una disponibilità a lasciare la barca, finalmente piena di pesci, per andare verso il Maestro. È l’impazienza, la fretta di raggiungerlo. All’inizio del racconto evangelico Pietro scese dalla barca perché non aveva preso nulla e Gesù gli disse di risalire. Adesso che è colma, Pietro si butta fuori. Il Signore è più mportante dei pesci.
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