Carissimi,
il vangelo ora ascoltato richiama l’immagine eloquente della vite e dei tralci. Tutto quello che il tralcio è, e produce, è incapace di farlo da solo. Lo deve al ceppo al quale è attaccato, alla linfa che la vite racchiude in sé e trasmette. Gesù è la vite, noi i tralci, il Padre è il vignaiolo, che coltiva la vigna dell’umanità mediante l’unità di ciascuno e di tutti con il Figlio. La linfa che scorre attraverso il tronco e i tralci è l’amore dello Spirito Santo. Se qualcuno non accoglie questo Amore, resta fuori, non è un tralcio di questa vite. Colui che non ama, anche se inserito in Cristo, inaridisce e non serve che per essere bruciato. La linfa che passa deve trovare nel tralcio la forza della generazione, la vitalità del moltiplicarsi… Certo la vita non è semplice, abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio Padre per poter vivere. Le nostre forze sono limitate, perciò Gesù ci dice che se rimaniamo uniti a lui, qualsiasi cosa chiederemo al Padre, egli ce la concederà. Si spalanca così la porta ad una fiducia piena nel nostro Padre celeste, che attraverso Cristo concede ai suoi figli tutto quello di cui hanno bisogno. L’immagine della vite e dei tralci è formidabile anche per un altro motivo. Se il tralcio è unito alla vite, vive e porta frutto, dà senso all’esistenza. Ma c’è di più: è anche unito vitalmente agli altri tralci. Avendo radici profonde nell’amore di Dio, anche tra di noi si innesta un rapporto di agape, di carità reciproca. La linfa vitale di ogni essere è la comunione in Cristo. Rimanete in me. Nel rimanere c’è il segreto di ogni cosa. Perché la gente è infelice, arrabbiata, annoiata? Perché non è attaccata al ceppo. Piuttosto il segreto della gioia è ascoltare l’invito a custodire la vigna del Signore. La Chiesa, infatti, ha particolare bisogno del nostro dinamismo, della nostra autenticità, della freschezza della nostra fede. Mettiamo al servizio della Chiesa i nostri talenti senza riserve, crescendo nell’unità. «Ognuno, come fa la vite con i suoi viticci e le sue volute, si stringa a tutti quelli che gli sono vicini quasi in un abbraccio di carità e unito ad essi si senta tranquillo. È la carità che ci unisce a ciò che sta sopra di noi e ci introduce in cielo: se uno rimane in Cristo, il Padre rimane in lui» (S. Ambrogio). Rimanere in Gesù, accogliere Gesù, ma in che modo? Semplicemente facendo del vangelo la regola della nostra vita, guardando Gesù sui nostri crocifissi, sussurrando e ripetendo il suo nome, dolcemente e amorevolmente. Salutandolo in ogni fratello e in ogni sorella, in ogni passante, abbracciandolo in ogni amico, in ogni bambino benedetto, in ogni ammalato che visitiamo, in ogni povero che accogliamo. E lasciando che il Padre ci poti affinché possiamo dare più frutti (cfr. A. Louf). Chi non accetta la potatura, si isterilisce perché la linfa, seppur lo raggiunga, non trova la capacità di vita. Signore, se i nostri occhi guardassero a te invece che alle forbici che hai in mano per la potatura, non avremmo paura di ricevere il taglio necessario alla nostra crescita. Se non si pota, il tralcio fa tanta fatica e il rischio è che faccia poco frutto o addirittura che non ce la faccia a succhiare la linfa necessaria. Anche i discepoli devono restare uniti a Gesù e succhiare da lui la vita. Cosa può significare per noi questo? Gesù vuole togliere dalla nostra vita tutto ciò che è secco, che non è capace cioè di nutrirsi di lui. L’egoismo è un tralcio secco, la gelosia e l’invidia sono tralci secchi, l’indifferenza, l’avidità, il potere, l’ambizione... sono tutti tralci secchi perché non hanno niente a che fare con la vita di Dio che è l’amore. E non posso non ricordare con voi, in questa Adunata nazionale, don Carlo Gnocchi, cappellano degli Alpini nella campagna di Grecia, Albania e Russia, che sarà beatificato nel Duomo di Milano, il prossimo 25 ottobre. Egli incarnò quel legame vitale con Gesù, condizione assoluta per diventare un servo fedele e instancabile del vangelo della carità. Unito indissolubilmente come tralcio alla Vite divenne samaritano buono in un mondo segnato dall’odio e da una guerra atroce e interminabile. Agli Alpini ha lasciato una splendida eredità, decritta, tra l’altro, nel testo sull’Educazione del cuore: «Tutti gli amori confluiscono e si sublimano in Dio. Se non poggiano su questa base, non avranno lunga durata e felicità piena… L’unico amore che può acquietarci, in ogni età della vita, che può dare al cuore ampio respiro e solidità sicura, è l’amore di Dio; tutti gli altri, senza di lui, non sono che insipidi surrogati». Anche per voi – come per don Gnocchi – «la carriera sia fare del bene a quelli che soffrono e hanno bisogno di un aiuto materiale e morale. Il Cristianesimo e il Vangelo, a quelli che lo capiscono veramente non domanda altro. Tutto il resto viene dopo e viene da sé» (Lettera a Mario Biassioni, 17/9/1942). Chi non ricorda, in particolare, gli occhi di don Carlo donati ad Amabile e a Silvio, due mutilatini, perché le loro pupille spente potessero vedere la vita con qualcosa di suo e dire parole di carità mai vuote? Un ricordo che può diventare impegno per tutti noi che, domani 10 maggio, celebriamo la Giornata nazionale donazione e trapianti d’organi, iniziativa concordata anche tra il Ministero della Difesa e il Ministero della Salute. Occorre seminare nei cuori dei nostri militari, ed in particolare dei giovani, motivazioni vere e profonde che spingano a vivere nella carità che si esprime anche attraverso la cultura del dono e nella logica evangelica dell’amore.
Donna Soccorrevole, Madre del Don, ci affidiamo a te. Vigila su tutti noi e in particolare sui nostri Alpini. Proteggi la nostra Patria, la nostra Bandiera e la nostra millenaria civiltà cristiana e custodisci nel tuo materno abbraccio la grande e bella famiglia militare.