Pietre vive del tempio orante

Omelia per la S. Messa in occasione dell'anniversario della Dedicazione della Basilica Santa Maria ad Martyres, 13 maggio 2009

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Carissimi,

è con grande gioia che celebriamo oggi la festa della Dedicazione di questa basilica, detta Pantheon, dove da millequattrocento anni si radunano i fedeli per cantare la lode del Signore, ascoltare la sua Parola e spezzare il pane della fraternità. Questo luogo ricco di storia, di emozioni e di memoria, richiama la continuità tra l’antica e la nuova Roma, esaltata dai Padri della Chiesa ed esplicitamente richiamata da numerosi Pontefici. È questa una meravigliosa casa di dialogo tra il finito e l’Infinito, tra culture e religioni, ma è soprattutto una casa di preghiera, dove deve manifestarsi il primato di Dio, della sua grazia, rispondendo con amore all’amore del Signore.

Qui si rivive il legame inscindibile tra cultura antica e moderna e tra filosofia e teologia, nell’ottica di quella civiltà cristiana dell’amore che è la sola a garantire piena libertà alle scelte dell’uomo, altrimenti inefficaci per una vita autenticamente evangelica. Qui si celebrano le più grandi solennità liturgiche, animate anche dai sacerdoti del Capitolo.

Il vangelo, ora ascoltato, presenta Gesù che trova nel tempio gente che vendeva buoi… I mercanti e i cambiavalute, che pensavano al guadagno e all’interesse, contaminavano il luogo sacro. Giustamente il Signore si adira: il tempio di Dio non doveva essere un mercato ma una casa di preghiera. Pregare non è facile. Prima di essere la ripetizione di parole, la preghiera nello spazio sacro è ricerca di Dio che conduce ad assumere davanti a lui il comportamento corrispondente, sull’esempio di Gesù, Tempio orante.

A più riprese gli evangelisti descrivono Gesù in preghiera: «Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare» (Mt 14,22); «Al mattino si alzò quando era ancora buio e uscito di casa si ritirò in un luogo deserto e là pregava» (Mc 1,35); «Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli solo a terra» (Lc 6,46); «La sua fama si diffondeva, ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare » (Lc 5,15); «In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in preghiera» (Lc 6,12)… La preghiera del Figlio di Dio non cessa mai; è sempre una preghiera per noi che rimaniamo nel mondo: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola» (Gv 17,20). Una preghiera, quella di Cristo, bene espressa nella Lettera agli Ebrei: «Entrando nel mondo egli dice: “Ecco, io vengo, Padre, per fare la tua volontà”» (Eb 10,5-7). Comprendiamo bene queste parole alla luce del nostro racconto: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; tuttavia, non sia fatta la mia volontà, ma la tua» (Lc 22,42). Anche noi, ogni qualvolta entriamo in questo tempio, sostenuti dalla comunione dei Santi Martiri, dovremmo aprire il nostro cuore all’ascolto della preghiera di Gesù, sempre pronto a compiere la volontà del Padre. Per questo egli è venuto nel mondo, è diventato Tempio nel quale siamo incastonati come pietre vive e preziose. Figli nel Figlio abbiamo l’impegno di essere discepoli del Maestro orante, fare della sua la nostra preghiera. Non è, forse, questo ciò che Paolo ricorda? «Nemmeno sappiamo cosa sia conveniente chiedere, ma lo Spirito intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili. E colui che scruta i cuori, sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26).

È significativa, in proposito, l’esperienza di due grandi personalità
della storia del pensiero: Pascal e Wittgenstein. Ambedue si sono posti il problema di come porsi dinanzi a Dio per parlare di lui e parlare con lui, ma la loro esperienza si divide proprio su questo aspetto. Scrive quest’ultimo: «Non posso inginocchiarmi per pregare perché, per così dire, le mie ginocchia sono rigide. Avrei paura della dissoluzione (della mia dissoluzione) se divenissi molle» (Pensieri sparsi, 1946). In un pensiero di Pascal troviamo invece attestato: «Se questo discorso vi piace e vi sembra valido, sappiate che è stato fatto da un uomo che si è messo in ginocchio prima di farlo e anche dopo, per pregare quell’essere infinito e senza pari al quale egli sottomette tutto il suo essere e, dunque, la forza di questo discorso si accordi con questa umiliazione» (Pensieri, 223).

«Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1), a dimorare nel tuo amore, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. La preghiera dia forma all’esistenza, ai comportamenti, al nostro modo di essere, sapendo che la vera esperienza di Dio è quella del suo venire verso di noi senza che noi lo rinchiudiamo in uno spazio a nostro piacimento.

Mi auguro che la festa della Dedicazione di questo maestoso tempio, che mi piace definire Cenacolo dei nostri giorni dove chi entra attende lo Spirito, sia un ulteriore stimolo a ripartire dalla preghiera, seguendo la vita della Chiesa degli Apostoli che, prima di essere una Chiesa che fa qualcosa, è una Chiesa che sta davanti al Signore in silenziosa adorazione.

Santa Maria dei Martiri, prega con noi e per noi. Amen.

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