È previsto per domani il rientro in Italia della salma del Caporalmaggiore, Alessandro Di Lisio, ucciso ieri dallo scoppio che ha investito il veicolo sul quale viaggiava nella zona di Farah, in Afghanistan. Oltre che da Benedetto XVI, ieri a Les Combes, messaggi di cordoglio alla famiglia del giovane sono arrivati anche dal presidente italiano, Giorgio Napolitano, e dal premier, Silvio Berlusconi. E sempre per domani è previsto anche il rientro dei tre commilitoni feriti nell’attentato, che saranno ricoverati all’Ospedale militare del Celio. Sulla tragedia che ieri ha colpito il Contingente italiano, Luca Collodi ha sentito l’Ordinario Militare per l’Italia, l’arcivescovo Vincenzo Pelvi.
Il primo momento di grande amarezza e di grande sofferenza di tutto l’Ordinariato Militare, ma direi della Chiesa intera, ci ha spinto alla preghiera. Abbiamo celebrato la Santa Messa per Alessandro e abbiamo anche scelto il segno del digiuno. Nello stesso tempo, abbiamo chiesto al Signore il dono della pace e la consolazione per i familiari.
Si può morire per una missione di pace?
Si può morire per l’uomo, per la difesa della vita, per la dignità della persona. I nostri soldati scelgono di servire l’uomo e non escludono che nel servire la vita umana ci possa essere il paradosso evangelico realizzato concretamente: chi dona la vita per l’uomo è disposto a donarla fino alla fine. Allora, vediamo come i nostri militari abbiano questa grande solidarietà verso coloro che sono in una situazione di sofferenza, di indigenza. Possiamo affermare che il mondo militare oggi è segnato da un coraggio estremo.
Papa Benedetto XVI nella sua Enciclica Caritas in veritate parla dell’esperienza del dono, del donarsi. Questo può essere valido anche per la vita militare, in una missione di pace?
Il Santo Padre con la lettera Enciclica veramente incoraggia ogni forma e ogni gesto per concretizzare un’esperienza di dono. Leggerei oggi le missioni di pace non solo come un impegno politico- istituzionale-militare: le missioni di pace aiutano quello che il Santo Padre definisce lo sviluppo dei popoli secondo il pensiero di Dio e cioè lo sviluppo integrale, quindi non solo economico. I nostri Militari, sostenuti dal cuore della nostra nazione, anche attraverso questi momenti di presenza in teatri operativi aspirano a costruire l’unica grande famiglia umana. L’enciclica del Santo Padre “Caritas in veritate” diventa una lettura e un’impostazione meravigliosa anche delle missioni di pace, perché nel fenomeno della globalizzazione, come ci dice il Santo Padre – che non è da intendersi unicamente processo socio-economico – il mondo militare dà alla globalizzazione con le missioni all’estero un orientamento culturale e veramente la diffusione del benessere con le missioni di pace va in questo modo crescendo. I nostri Militari lavorano per la pace, accettano il dialogo come strumento e via della pace, con gli afgani o con altri popoli della terra. Penso che la sfida non sia mettere al primo posto ciò che genera violenza, ma guardare i nostri Militari come persone dal volto amico, dal cuore ospitale.