Carissimi Addolorata e Nunzio, Maria e Valentina,
sentiamo tutti il bisogno di un grande silenzio, il silenzio del dolore e della preghiera, il silenzio del conforto e della consolazione divina.
In questa Cattedrale, ci riunisce il mistero della morte che ci fa inginocchiare davanti a Dio, ci fa adorare la sua volontà, ci immerge nel suo amore eterno, perché in Dio è la sorgente, il senso, il valore della nostra vita. Davanti a questo mistero, che ci spaventa, ci addolora, sentiamo però che non tutto è finito: anzi, siamo qui per pregare l’Autore della vita, sorretti dalla certezza che Alessandro è stretto nell’abbraccio di Dio buono e misericordioso.
O eterno Dio, che tu sia benedetto. So che questo evento terribile mette in crisi la nostra fede, facendo nascere il dubbio, il timore e persino la ribellione. Ci chiediamo: «Dio, ma perché?». La morte ci fa toccare con mano che tutto in un attimo può cessare: sogni, progetti, speranze. Tutto finisce; solo resta l’amore. Resta solo Dio che è Amore. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34) – e rimane il silenzio. Un silenzio lungo e faticoso. Dio può sembrare assente, il dolore può apparire una forza bruta e senza senso, le tenebre degli occhi pieni di pianto sembrano spegnere anche i più timidi raggi di sole. Eppure è proprio mentre si fa provocatrice la domanda: «Dov’è il tuo Dio?» (Sal 42,4) che sentiamo emergere dal profondo la certezza dell’intervento amorevole di Dio. Il nostro è un Dio che ha passione per l’uomo; un Dio che soffre con noi e per noi; un Dio che sceglie il silenzio per abbandonarsi tra le braccia di chi, soffrendo, si sforza di tenere accesa la fiaccola della speranza.
Dal profondo a te gridiamo, Signore (cfr. Sal 129). Ascolta la preghiera di questa famiglia che è in grande angoscia. Un dolore, il nostro, che attraversa il cuore dell’intera Nazione e spinge noi credenti a pregare. Sì, il cristiano nell’ora dell’agonia cerca il Signore, lasciandosi andare a lui in un lamento che ottiene consolazione e serenità.
Con voi, carissimi, elevo una preghiera di intercessione, per entrare nella profondità dell’Eterno. Pregare è un impegno serio, perché ci apre alle promesse di pace del nostro Dio: i miei pensieri sono sempre e solo pensieri di pace. Il Signore è coinvolto e partecipa alla sorte della storia umana intrecciando il suo respiro e le sue lacrime con quelle dei nostri giorni.
L’animo è turbato, la coscienza lacerata, i pensieri confusi, le nostre opinioni distanti. Dinanzi al terrorismo c’è quella paura che coinvolge per le innumerevoli morti, per le lacrime cocenti dei feriti, per il lamento dei familiari.
Nel fissare i vostri volti immagino cosa abbiano provato i discepoli quando è morto Gesù. L’uomo più bello, più buono, più innocente, l’uomo che amavano più di ogni altro al mondo era stato ucciso ingiustamente. Forse avranno pensato di vendicarsi; ma questo non avrebbe ridato loro Gesù. La vendetta non rende giustizia, ma è sempre sconfitta. I discepoli, improvvisamente, hanno scoperto che Gesù era risorto. L’ingiustizia non era l’ultima parola. Alessandro non se n’è andato; Gesù l’ha preso con sé nella sua vittoria; ora è dinanzi a Gesù e tutto quello che chiede, ottiene. L’eternità fiorisce nell’abbandono alla volontà del Signore, non nell’ansia del ragionamento; Dio non risponde al nostro bisogno di spiegazioni, ma alla sete di eternità. «Io sono persuaso che né morte né vita... né presente né avvenire... né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù Signore nostro» (Rm 8,38-39). Questa è stata la certezza che ha accompa gnato Alessandro anche nel momento oscuro dello scatenarsi della morte, e che invita alla preghiera che dà conforto, a una solidarietà attiva, a una compassione sincera, a una operosità efficace.
Qual è il segno che Alessandro c’è ancora? Da cosa si vede che è ancora vivo? Il suo cuore, il suo amore è tra noi e ci rende più amici di prima. Noi non ci lasciamo vincere dall’odio e dalla disperazione: la nostra gioia e la nostra amicizia ne sono il segno. Alessandro è stato in Afghanistan, come già in Iraq, un instancabile operatore di pace, quella pace che viveva in lui come anelito indistruttibile e speranza insopprimibile.
La nostra missione in Afghanistan, come in altri teatri operativi, è di pace, perché porta stabilità e sviluppo, difendendo la nostra sicurezza nazionale e l’intero Occidente dalla minaccia del terrorismo globale.
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