Carissimo/a,
«Rendo grazie al mio Dio, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, perché sento parlare della tua carità e della fede che hai nel Signore Gesù e verso tutti i santi» (Fm 4-5).
Prendo spunto dalle parole dell’apostolo Paolo che in prigione scrive al collaboratore Filemone per salutarti con paterno affetto e dirti che la tua vita al servizio della pace è motivo di grande gioia, perché, per opera tua, il popolo afgano è profondamente consolato e concretamente aiutato.
La cosa più grave del nostro tempo è impedire all’uomo di prendersi cura dell’altro, ostacolando addirittura l’esercizio di quella innata bontà che è riflesso della volontà divina.
Imparare a vivere per una ragione che è più potente della vita stessa; una passione per l’altro uomo, chiunque sia e dovunque si trovi, per il suo valore infinito: ecco la tua vocazione.
Oggi l’uomo ha paura di se stesso, ha paura dell’altro che viene istintivamente considerato come rivale e nemico. La stessa insicurezza soggettiva rende difficile la relazione interpersonale: alla spontaneità si sostituisce la programmazione, alla franchezza il calcolo. L’esistenza è mistero che coinvolge tutti e dobbiamo fare ogni cosa per limitare il dolore, se possibile sconfiggerlo, ma sempre amando e sostenendo la vita che lo comprende. Se prendiamo a scusa la sofferenza per eliminare la vita, determiniamo la vittoria del male sull’uomo e sulla sua libertà.
Amo, così, pensare alla coerenza della tua vita, frutto di una motivazione interiore che plasma l’esistenza. La tua professionalità è la connotazione più bella del servizio che rendi al bene comune, come custode della concordia civile, messaggero di quella pace radicata nel cuore di chi non ha paura di donare se stesso. Sì, tu sei sempre un pacificatore, che ama il dialogo e crede nella persuasione della parola rispettosa e nei gesti delicati e fattivi.
Quotidianamente vicino alla gente afgana, che ti guarda con occhi di apprezzamento e crescente simpatia, ti distingui per l’innato bisogno di aiutare gli altri, con le virtù proprie di ogni cristiano: l’amore ai poveri, lo spirito di sacrificio, il senso del dovere. La tua è una chiara lezione di pace evangelica nella insanguinata storia dei nostri giorni. Il vangelo della pace non si dimostra, si mostra pagando di persona.
Tu sei in Afghanistan per proteggere e incoraggiare chi vuole vivere in pace e migliorare le proprie drammatiche condizioni di vita, chi vuole eleggere i propri rappresentanti in Parlamento. Sei lì soprattutto per difendere te stesso, la tua famiglia, il tuo Paese, l’umanità.
La missione in Afghanistan, come in altri teatri operativi, è di pace, perché porta stabilità e sviluppo, difendendo la nostra sicurezza nazionale e l’intero Occidente dalla minaccia del terrorismo globale. A nessuno può sfuggire la tua generosità che, oltre a garantire la sicurezza del territorio, sta aiutando a ricostruire le Istituzioni di quel Paese, come pure le infrastrutture – dalle strade, alle scuole, agli ospedali – e l’economia, in particolare l’agricoltura necessaria per sostituire quella dell’oppio che finanzia i terroristi. Il terrorismo, purtroppo, ha paura dalla solidarietà, perciò manifesta il disprezzo per la vita umana. Ma le nostre Forze Armate, a cui le Istituzioni stanno garantendo ogni sicurezza di mezzi e
strutture, con la conquista pacifica dei cuori e delle menti, continueranno, con l’energia e la determinazione di cui sono capaci, a salvaguardare quella convivenza umana per ogni popolo, cultura e religione. La pace, la democrazia e la concordia dei popoli sono valori fondamentali per la nostra comune umanità e per la cultura del popolo italiano: una convinzione questa che qualifica e fa condividere largamente nell’opinione pubblica le missioni di pace in vista di una promozione di comprensione, di riconoscimento reciproco e di cooperazione serena fra tutte le componenti della famiglia umana.
Le missioni di pace ci stanno aiutando a valutare da protagonisti il fenomeno della globalizzazione, da non intendere solo come processo socio-economico, ma criterio etico di relazionalità, comunione e condivisione tra popoli e persone (cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate, 42). Procedendo con ragionevolezza e guidati dalla carità e dalla verità, il mondo militare contribuisce a edificare una cultura di solidarietà e di responsabilità globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano. Se riconosciamo di essere una sola famiglia umana, non possiamo non aiutare chi è nel bisogno, perché sia salvaguardata ogni vita umana e la dignità di ogni uomo e di tutto l’uomo.
Caro amico/a, interpretando i sentimenti degli italiani, desidero ancora riaffermare l’infinita riconoscenza a te che dai prova di una straordinaria forza interiore, sopportando grandi sacrifici e affrontando non pochi rischi. In questo periodo così delicato per le sorti della democrazia in Afghanistan sento il dovere di ringraziarti sia come uomo che come attezzato e fratello nel Signore.
La Chiesa Ordinariato Militare, prega quotidianamente per te e ti affida, unitamente alla tua famiglia, a Dio, Padre nostro. In particolare, domani nelle caserme, sulle navi e negli aeroporti i nostri cappellani celebreranno la santa Messa per questa intenzione.
La Vergine santa, ti custodisca con la sua materna benedizione e doni al popolo afgano la vera pace.