Il terrorismo si nutre di morte perchè ha paura della solidarietà

L'Osservatore Romano, 19 settembre 2009

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«Il terrorismo ha paura della solidarietà, per questo si nutre del disprezzo per la vita umana». C’è amarezza ma anche lucida consapevolezza nelle parole dell’arcivescovo Vincenzo Pelvi, Ordinario Militare per l’Italia, all’indomani del tragico attentato a Kabul costato la vita a sei militari italiani. Il presule sa che non è facile dare una risposta ai tanti che in queste ore si domandano se il prezzo da pagare per ristabilire pace e democrazia in Afghanistan non stia diventando troppo alto. «Ci sono momenti – confessa – in cui il bene e il male si confondono, in cui la rabbia prevarica, momenti in cui è naturale chiedersi: perché? Essere in un Paese ostile per il bene dello stesso sembra un paradosso». «Tuttavia – afferma – bisogna ricordare che non è il Paese a essere ostile, ma solo una minoranza di chi lo popola».

Proprio qualche giorno fa monsignor Pelvi aveva inviato a ciascun militare impegnato in Afghanistan una lettera in cui esprimeva stima e incoraggiamento per la missione svolta. Parole che rilette oggi suonano quasi profetiche. «La tua – scriveva – è una chiara lezione di pace evangelica nella insanguinata storia dei nostri giorni. Il vangelo della pace non si dimostra, si mostra pagando di persona». In questa intervista al nostro giornale l’arcivescovo ribadisce il valore del compito che i militari svolgono al servizio della pace e spiega in particolare il ruolo dei cappellani delle Forze Armate, anche alla luce dell’Anno sacerdotale che la Chiesa sta vivendo.

Di fronte a eventi tragici come questo viene da chiedersi se ha ancora un senso una missione militare in uno scenario così instabile e difficile.

I nostri militari sono in Afghanistan per proteggere e incoraggiare chi vuole vivere in pace e migliorare le proprie drammatiche condizioni di vita. A nessuno può sfuggire la loro generosità che, oltre a garantire la sicurezza del territorio, sta aiutando a ricostruire le istituzioni e le infrastrutture di quel Paese. In questo periodo così delicato, dunque, sento anzitutto il dovere di ringraziare i giovani militari, sia come uomo che come fratello e padre nel Signore.

In situazioni così drammatiche, quale può essere il ruolo di un Cappellano militare?

In una situazione resa drammatica dalla sempre più incombente minaccia del terrorismo il primo pensiero è rivolgere a Dio la nostra supplica intensa e fiduciosa. Quanto più insormontabili sembrano le difficoltà e oscure le prospettive, tanto più insistente deve farsi la preghiera per implorare da Dio il dono della comprensione reciproca, della concordia e della pace.

Quali sono gli attuali orientamenti pastorali della Chiesa castrense?

Il nostro è un programma quinquennale, iniziato nel 2007 con una esplicita priorità: costruire il presbiterio, aiutando i Cappellani a risvegliare la loro identità sacerdotale. Al riguardo, abbiamo vissuto due significativi convegni, le cui conclusioni sono sintetizzate nella lettera pastorale Splendete come astri di speranza. Ne è seguita la consapevolezza, da parte dei Cappellani, di crescere nella fede assieme alla comunità militare. Da qui il convegno di Assisi del 2008 su Annuncio del Vangelo e mondo militare, che ha offerto percorsi di accompagnamento spirituale per coloro che desiderano rendere più solida la fede, certa la speranza e operosa la carità. L’anno pastorale 2009-2010, perciò, con la riflessione su Parola di Dio e accompagnamento spirituale, intende concretizzare la guida spirituale delle famiglie e dei giovani, privilegiando la formazione cristiana del militare nel percorso dell’iniziazione cristiana, del cammino vocazionale e della testimonianza.

Come si colloca l’Anno sacerdotale in questo cammino pastorale?

È una provvidenziale coincidenza vivere la grazia dell’Anno sacerdotale, mentre come Chiesa siamo impegnati nell’incoraggiare fedeli, consacrati e presbiteri a celebrare la Penitenza sacramentale, come pure ad accostarsi periodicamente alla direzione e vivere gli annuali Esercizi spirituali. L’Anno sacerdotale, infatti, vuole essere un tuffo nella spiritualità, sperimentando, alla scuola di San Giovanni Maria Vianney, una inesauribile fiducia nel sacramento della Confessione, dove viene offerto l’infinito amore di Dio per l’uomo.

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