Care sorelle,
l’amore di Gesù è lo spazio nel quale noi consacrati dobbiamo stabilmente e fedelmente abitare. Ogni persona trova la gioia vera quando ama: è il messaggio del brano evangelico ora ascoltato, dove Gesù usa il verbo rimanere per indicare l’intimità: «rimanete in...», «rimarrete in...», «rimango in...». In questo rimanere le distanze sono superate, le differenze si armonizzano e si realizza quella circolarità di bene dove il Padre ama il Figlio, il Figlio ama noi, noi amiamo i fratelli; nella fede e nella speranza che l’amore che ricevono da noi li conduca ad amare Cristo, perché il Figlio possa guidarli all’amore del Padre. Entrare nell’intimità divina ci permette di gustare quelle meravigliose parole di Gesù: «Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamato amici» (Gv 15,15). Il Signore ci chiama amici, ci fa suoi amici, ci dona la sua amicizia. Egli definisce l’amicizia in un duplice modo. Non ci sono segreti tra amici: Cristo ci dice tutto quanto ascolta dal Padre; ci dona la sua piena fiducia e, con la fiducia, anche la conoscenza. Ci rivela il suo volto, il suo cuore. Ci mostra la sua tenerezza per noi, il suo amore appassionato che va fino alla follia della Croce. Affida ai nostri deboli cuori il mistero di Dio che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Ci ha reso suoi amici e noi come rispondiamo? L’amore di amicizia, di cui parla Gesù, non si impone, ma è risposta di adesione nella fedeltà, invito a seguirlo. Per questo i suoi amici egli li ha scelti, amati, fatti confidenti delle cose del Padre, destinati a portare frutti di vita. Entrare nell’esperienza di questo incontro con il Maestro, che è qui e ci chiama, impegna a fare la volontà del Padre. Gesù definisce l’amicizia come comunione delle volontà: «Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (Gv 15,14). Nell’ora del Getsemani, Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma della nostra disobbedienza e proprio portando la nostra volontà nelle mani di Dio, ci ha donato la vera libertà: «Non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 21,39). In questa comunione delle volontà si realizza la nostra redenzione.
Ma il vangelo aggiunge anche: «Vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). Appare qui il dinamismo dell’esistenza del cristiano, della vita consacrata: vi ho costituito perché andiate. Dobbiamo essere animati dalla santa inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. In verità, l’amore, l’amicizia di Dio ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri, siamo consacrati per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane, l’amore, la conoscenza, il gesto capace di toccare il cuore, la parola che apre l’anima alla gioia del Signore. Allora preghiamo il Signore, perché ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio.
Questo implica l’aprirci e l’esporci a nuovi spazi, a nuovi cammini di amicizia, di dialogo, di accoglienza reciproca, di perdono, affinché sia possibile il fiorire gratuito di relazioni nuove e rinnovate dalla presenza di Cristo. Questa è infatti la gioia che Gesù ci dona e che rende ricca e piena la vita religiosa. A noi è chiesto di rimanere in questa amicizia che è particolarissima e costitutiva di una più alta dignità umana elevata alla misura di Dio. Ci è chiesto di rimanere nell’amore di Cristo, affinché anche l’amore di Cristo rimanga nel mondo. Nessuna istituzione può garantire la permanenza di questo amore nella nostra vita, nessun obbligo giuridico, nessuna legge lo può imporre, ma solo il nostro quotidiano, gratuito dare la vita. Devo scolpire in me questa massima: «La comunione è un combattimento di ogni istante». La negligenza di un solo momento può frantumarla. Basta un niente: un solo pensiero senza carità, un pregiudizio ostinatamente conservato, un attaccamento disordinato, un orientamento sbagliato, un’ambizione o un interesse personale, un’azione compiuta per se stessi e non per il Signore, la volontà di riprendere ciò che si è già abbandonato, il desiderio della propria soddisfazione che domina su quello di piacere al Signore. Come ci ha suggerito san Paolo, la carità è la pietra preziosa della vita consacrata.
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